Europa sì, ma dei liberi municipi !
di Guglielmo C. Cancelli
tratto da Movimento Libertario http://www.movimentolibertario.it/index.php?option=com_content&view=article&id=7543:europa-si-ma-dei-liberi-municipi&catid=1:latest-news
Negli ultimi mesi mi è capitato più volte di sentire, negli ambienti autonomisti, un ritornello che suona più o meno così: “L’Europa ci salverà”. L’opinione di molti sostenitori delle “piccole patrie”, infatti, è che l’unificazione europea, pur con tutti i suoi difetti, sia un processo sostanzialmente positivo, in quanto contribuisce alla demolizione degli Stati nazionali. Sarebbero essi, insomma, il primo nemico delle “minoranze”, e l’Europa - pur lungi dall’essere una panacea di tutti i mali - avrebbe se non altro il pregio di abbatterli o ridimensionarli. Non solo: il contenitore europeo non sarebbe fisicamente in grado di rispondere alle esigenze delle comunità locali, e quindi dovrebbe necessariamente strutturarsi secondo un modello regionale o macroregionale.
In realtà tale riflessione rivela una scarsa comprensione del fenomeno.
E’ senz’altro vero che l’unificazione continentale mette in discussione le prerogative e, per certi versi, la sovranità stessa degli Stati nazionali. Ma lo fa nel senso opposto a quello auspicato dagli autonomisti. L’Europa si candida semmai a essere non un contraltare dei governi, ma un loro cartello. “L’unione fa la forza” è un detto che si adatta perfettamente a descrivere la situazione.
Le élite politiche dei diversi paesi si sono perfettamente rese conto della propria inadeguatezza a gestire il processo (esso sì inevitabile) di globalizzazione: e tentano di rispondergli dotandosi di strutture e raggiungendo dimensioni tali da lasciar supporre sbocchi autarchici nel medio o lungo termine.
La globalizzazione (nel senso originale e genuino del termine, vale a dire “integrazione economica”) è un fenomeno al quale non ci si può sottrarre. Non nelle attuali condizioni, almeno. L’alternativa è il ritorno a un passato che, a parole, viene da tutti esorcizzato: quello delle dittature fasciste o comuniste. Il mito della “patria” è definitivamente tramontato e una parola già priva di significato come “nazione” si è ormai svuotata. I cittadini hanno preso e stanno prendendo coscienza di essere prima di tutto individui (e come tali unici e irripetibili) e, solo in seconda battuta, membri di un popolo o di una cultura. Il passo immediatamente successivo è stato la comprensione della necessità di vivere in un regime di libertà. Che si manifesta anche nel poter scegliere in quale cultura identificarsi, e quali particolari aspetti di quella cultura conservare. A sua volta questo ha portato a una rivitalizzazione dei sentimenti di appartenenza alle comunità locali.
Nel mentre che questo accadeva, una fetta sempre più consistente di persone ha saputo sollevare il velo di Maya sotto cui si cela l’autentica natura dello Stato.
Ben lungi dall’essere “utile e necessario”, esso è predatore e lestofante. I governi derubano e bastonano, e più che le schede elettorali il loro simbolo è il manganello. I cittadini si sono resi conto che la tassazione è furto e hanno cominciato a dare segni sempre più evidenti di insofferenza. Anche nel nostro paese. Solo in questa particolare prospettiva (quella della contestazione fiscale non fine a se stessa, ma piuttosto come mezzo di protesta nei confronti dello Stato in quanto tale) è possibile comprendere il successo di alcune manifestazioni che hanno segnato gli anni recenti.
Un filo rosso indissolubile lega la famosa “marcia dei quarantamila” di Torino alla Dichiarazione di Indipendenza della Padania sul Po. E’ un legame assai più solido di quanto possa apparire. Le due “insurrezioni civili” appena citate rappresentano la punta di un iceberg o, meglio, i sintomi di risveglio di un vulcano pronto a eruttare. Un segno meno superficiale di quanto sta accadendo proviene dalla miriade di gruppi o gruppuscoli dediti alla contestazione fiscale piuttosto che alla riscoperta delle tradizioni locali. Siano essi di destra o di sinistra, di ispirazione statalista o liberale (e non di rado libertaria), tutti condividono, anche al di là della forte litigiosità che ne caratterizza i rapporti, un patrimonio ideale e culturale indiscutibile. Cos’è che unisce gli imprenditori della Life agli escursionisti dei Lupi delle Alpi, la Libera Compagnia Padana a Ousitanio Vivo? La critica, più o meno radicale, alla sovranità italiana e al diritto di Roma a disporre dei territori posti sotto la sua giurisdizione.
Ecco allora che, in questa luce e solo in questa, l’Europa assume un volto ben diverso. E’ vero, va ripetuto, che essa nasce dall’erosione della sovranità degli Stati nazionali. Ma questa erosione sposta il baricentro verso l’alto e contribuisce a rafforzare e accrescere l’interventismo del governo negli affari privati della gente.
La strutturazione regionale o macroregionale, allora, non è dovuta al buon esito di un processo federalista, ma a mere constatazioni di efficienza. I rappresentanti delle comunità regionali o macroregionali appaiono più satrapi devoti al principe che governatori contrapposti al centro. Emerge qui in tutta la sua portata il contrasto tra un modello “americano” (nel quale l’idea di sovranità fa sempre riferimento al diritto del governo locale a rifiutare il dominio del centro) e quello “europeo” (nel quale la sovranità legittima le scorribande della politica all’interno della società).
E’ inoltre ben noto che l’accrescimento del potere politico non avviene quasi mai in termini, per così dire, “lineari”. Il potere del temuto governo continentale non sarà pari alla somma dei poteri dei governi nazionali (la qual cosa rappresenterebbe comunque un pericolo per le libertà civili ed economiche degli individui). Vi è ragione di ritenere che quel potere si accrescerà in modo esponenziale. Bruxelles ha già fornito ampie dimostrazioni delle proprie attitudini a regolamentare e pianificare. Appare semmai bizzarro il fatto che i difensori delle autonomie facciano finta di non vedere l’attacco micidiale che l’Europa ha sferrato alle culture locali. D’altra parte, una delle parole d’ordine dell’europeismo militante è “armonizzazione”, vale a dire ciò che sopra tutto gli autonomisti combattono.
L’Unione Europea, insomma, ha imboccato una strada che porta senza ombra di dubbio alla “sovietizzazione” dei rapporti. Essa ha dato nuova linfa al diritto pubblico - europeo, appunto - e i suoi esponenti non fanno altro che richiamare la nostra attenzione sulla necessità di avere un contrappeso allo “strapotere” degli Stati Uniti. (Quello che fu l’Urss, in fin dei conti).
A prescindere dal fatto che, e questo è indubbiamente vero, il governo federale americano andrebbe devitalizzato, certo la costruzione di un nuovo leviatano non è la soluzione più ragionevole. Se temo Caio, che abita nel quartiere contiguo al mio, l’ultima cosa che debbo fare è consegnare le mie poche armi a Tizio, che so essere malvagio quanto Caio e ha dimora nel mio stesso condominio, mendicandogli protezione.
Gli indipendentisti dovrebbero battersi strenuamente contro l’unificazione europea. La contestazione che essi rivolgono agli Stati nazionali (e, non di rado, all’idea stessa di nazione) ha segno opposto a quella che giunge dall’Ue. Essi affermano che i governi non hanno alcun diritto a disporre dei territori e dei popoli a essi sottomessi, in quanto non godono del loro consenso. Se un individuo, o un gruppo di individui (cioè una comunità, o un popolo), ritiene di ricevere un trattamento oppressivo da un governo o, più semplicemente, preferisce non essere più sottomesso alle medesime istituzioni di altri gruppi, lì nasce il diritto di secessione.
Scriveva Thomas Jefferson nella Dichiarazione di Indipendenza americana: “La prudenza, invero, consiglierà di non modificare per cause transeunti e di poco conto governi da lungo tempo stabiliti; e conformemente a ciò l’esperienza ha dimostrato che gli uomini sono maggiormente disposti a sopportare, finché i mali siano sopportabili, che a farsi giustizia essi stessi abolendo quelle forme di governo cui sono avvezzi. Ma quando una lunga serie di abusi e usurpazioni, invariabilmente diretti allo stesso oggetto, svela il disegno di assoggettarli ad un duro dispotismo, è loro dovere abbattere un tale governo e procurarsi nuove garanzie per la loro sicurezza futura”.
Il punto cruciale, allora, è la volontà degli individui e dei popoli coinvolti, e il loro diritto a darsi istituzioni il più vicine possibile alla loro sensibilità e alla loro cultura. Tutte le “piccole patrie” compresse entro il calderone europeo hanno ben ragione a sentirsi oppresse. L’elevatissimo carico fiscale, la regolamentazione pervasiva, i metodi di controllo degni dei più empi incubi orwelliani cui tutti siamo soggetti ne sono lampante dimostrazione.
I movimenti indipendentisti, quindi, ben farebbero a organizzare una sorta di “coordinamento europeo contro l’Europa” visto che sarebbero proprio loro e le culture che essi rappresentano le prime vittime del moloch continentale.
I libertari, per parte loro, dovrebbero prestare una maggiore attenzione alle realtà separatiste e autonomiste.
Il frazionamento dell’Europa in mille piccole patrie non potrà che dare respiro al movimento della libertà. Sono noti, e non è il caso di ripeterli, i benefici derivanti dalla presenza di una moltitudine di governi in competizione tra di loro. La fine dello Stato nazione non può e non deve portare alla nascita di un nuovo mega-Stato socialista continentale. L’unica via d’uscita dal dominio degli Stati sulla vita, la libertà e la proprietà dei cittadini è la loro disgregazione. Il potere, infatti, può essere sconfitto unicamente dividendolo e parcellizzandolo. L’Europa uniforme e piatta di Bruxelles è il nostro incubo; l’Europa dei liberi municipi il nostro sogno.