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“Non per profitto”di Martha Nussbaum
post pubblicato in Diario, il 15 luglio 2011


recensione del mese di http://www.globusetlocus.org/



“Non per profitto”di Martha Nussbaum, Il Mulino, Bologna, 2011.

L’interessante saggio (ma forse sarebbe più opportuno parlare di pamphlet) della filosofa statunitense Martha Nussbaumdocente di Law and Ethics all'Università di Chicago, tratta il tema, ritenuto centrale dall’autrice, dell’istruzione in relazione al mantenimento e allo sviluppo della democrazia nelle società contemporanee.

Che l’istruzione sia legata a doppio filo alla forma di una società, influendo sullo spessore culturale e umano delle persone, è noto da più di duemila anni: ne parla con cognizione di causa già Platone nella “Repubblica”. Che le democrazie contemporanee non possano rinunciare all’insegnamento delle forme democratiche, pena un appiattimento delle coscienze a un’autorità di tipo nuovo, quella della tecnocrazia messa al centro delle vicende umane con come fine il benessere a ogni costo, è detto con grande chiarezza e molteplicità di esempi dalla Nussbaum.

Ma in che cosa consisterebbe, allora, l’insegnamento democratico e alla democrazia? Per l’autrice, si tratta innanzitutto dello stimolo e della conseguente abitudine alla riflessione autonoma del singolo, riflessione autonoma che si costruisce unicamente se il soggetto in questione è stato formato a ragionare a partire dalla tradizione del pensiero umanistico. Questa tradizione, e il metodosocratico di stimolo alla discussione libera, è ciò per cui si batte, oggi e qui, Martha Nussbaum, ben conscia dell’avanzata a tutti i livelli dell’istruzione di saperi legati alla scienza e alla tecnica che in qualche modo tolgono spazio e risorse all’umanesimo.

“Se l’autentico scontro di civiltà” scrive la Nussbaum “è, come io credo, uno scontro interno all’anima di ciascuno di noi, dove grettezza e narcisismo si misurano contro rispetto e amore” e se “viviamo in un mondo in cui le persone si trovano di fronte, affacciate su baratri geografici, linguistici e di nazionalità”, a maggior ragione assume valore un’istruzione basata sulla condivisione umana dei saperi e sulla comprensione e sul rispetto reciproci. In quest’ottica, si può dire che la proposta di Martha Nussbaum sia autenticamente glocal: insegnare ai popoli del mondo fittamente interconnesso l’abitudine alla creatività, al pensiero critico e al rispetto reciproco fa parte del grande disegno democratico di una compenetrazione dei saperi. Questo è pure l’indirizzo di Globus et Locus, che sottolinea che solo agendo all’interno di una paideia transazionale di saperi lo scambio di conoscenza globale e locale permette raggiungimenti specifici da proporre all’umanità intera.




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Costituente liberale per andare “oltre”
post pubblicato in Diario, il 12 luglio 2011


di Pier Paolo Segneri

Si può essere d’accordo o si può dissentire. Quello che non si può fare è fingere che la proposta non ci sia. Da molto tempo, infatti, mi è capitato di lanciare e di ribadire l’idea di una costituente liberale e democratica che vada oltre i vecchi schemi di centro, di destra e di sinistra. Per andare oltre la partitocrazia, infatti, è necessario essere altro.
Perché le varie posizioni dominanti all’interno del Palazzo sono connotate da un’unità d’intenti illiberali, spartitori, verticisti. La coalizione partitocratica è una e una soltanto. Ad oggi, di conseguenza, non c’è alternativa di governo, ma soltanto alternanza di potere, perché quello che manca è un terreno “altro” capace di accogliere tutte le forze liberali e democratiche alternative a questo sistema anti-democratico.
Il Terzo polo di Casini, in questo senso, appare come l’ennesima invenzione dell’ancien règimeper continuare a sopravvivere ai propri fallimenti. Dunque, anche lì, niente di nuovo. Intanto, in questo quadro assai desolante, il Comitato di Radicali italiani, riunitosi nei primi tre giorni di luglio, ha lanciato la campagna “Lasci o raddoppi?”, con l’obiettivo per ciascun iscritto di trovare, non oltre la fine del mese, almeno un’altra persona che aderisca al movimento.
Una iniziativa da cogliere «quale premessa per superare quell’illegittimo impedimento rappresentato dall’impossibilità di rivolgerci agli italiani per far conoscere le nostre campagne e raccogliere l’autofinanziamento necessario a condurle». È qui che vorrei si inserisse anche l’idea, inizialmente lanciata pressoché in solitudine, di una “costituente liberale e democratica” come alternativa al blocco unico del potere partitocratico. È stata posta, più volte, la questione sul tavolo del dibattito interno ai Radicali. Qualcosa si muove, ma insisto e lo ripeto ancora: la costituente liberal-democratica è un altro terreno politico, è un altro campo rispetto a quello trasversale del Regime partitocratico.
È un campo aperto. Ora, nello specifico, si può dissentire, si può contraddire, si può aggiungere o togliere un concetto, si possono formulare altre analisi e valutazioni, ma non si può continuare ad evitare il dibattito sottraendosi all’idea.
Non si può evitare la prospettiva politica riformatrice né, tantomeno, evitare il dialogo. Si trattasse pure di una proposta sciocca, ingenua o malsana. «L’unica garanzia di salvezza contro l’errore, contro il disastro, è la discussione». È quanto riteneva e affermava Luigi Einaudi, ormai parecchi decenni fa. È quello che vorrei: una discussione.
Del resto, ancora oggi, quel monito einaudiano vale come indispensabile premessa liberale a qualunque processo democratico. Infatti, senza un dibattito aperto e conosciuto, senza un contraddittorio leale e sincero, senza un dialogo che tenga sempre conto dell’altro e delle idee in campo, non vi può essere democrazia. È un principio liberale.
Forse, è soprattutto questa l’idea di libertà e di democrazia a cui fa riferimento Marco Pannella quando descrive l’Italia come una “democrazia reale”, cioè facendola coincidere con la non-democrazia o, ancora peggio, con l’antidemocrazia. Discutiamone.
Mi rivolgo in particolar modo ai compagni Radicali: che cosa ne pensate, dopo tanto che lo vado ripetendo, della mia idea di una costituente liberale? 
Pier Paolo Segneri



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Il dono come nuovo paradigma sociale secondo il MAUSS
post pubblicato in Diario, il 8 giugno 2011


di Stefano Di Ludovico - 02/05/2011

Fonte: Centro Studi Opifice [scheda fonte] 
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=38607

http://www.ilsussidiario.net/img/FOTOLIA/donoR375_25nov08.jpg

Nel suo celebre Saggio sul dono Marcel Mauss ha illustrato come il triplice obbligo di dare, ricevere e ricambiare – le tre fasi in cui si articola l’atto del dono – costituisca il fondamento del legame sociale delle società arcaiche, all’interno delle quali preoccupazioni e dinamiche di tipo relazionale sembrano essere privilegiate rispetto ad esigenze di natura prettamente economica, anche nell’ambito di processi che pur contribuiscono in maniera decisiva al soddisfacimento delle necessità vitali di una determinata comunità[1]. Il “Movimento anti-utilitarista nelle scienze sociali” (MAUSS), nato in Francia nel 1980 insieme all’omonima rivista e che vede tra i suoi principali animatori Alain Caillé e Serge Latouche, è tra le recenti scuole di pensiero quella che più direttamente intende rifarsi – anche nella sua stessa denominazione con relativo acronimo – alla lezione del grande antropologo francese, il cui saggio, apparso nel 1923-24, è considerato uno dei punti di riferimento obbligati dell’etnologia contemporanea. Punto di riferimento però non sempre inteso e valorizzato nella sua autentica ed innovatrice portata, destinato anch’esso ad essere letto secondo ottiche che troppo spesso hanno risentito delle influenze e dei pregiudizi tipici della mentalità moderna, secondo cui anche il dono, in ultima analisi, non sfuggirebbe ai presupposti economicisti ed utilitaristi che regolerebbero universalmente i rapporti tra gli uomini: il dono viene ridotto così ad una delle tante e diversificate forme che lo scambio di beni materiali ha assunto e può assumere nell’ambito della società e dei gruppi umani.
È proprio contro tale lettura parziale e riduzionista dell’opera di Mauss che il “Movimento anti-utilitarista” ha intrapreso la sua battaglia, per arrivare a porsi, recuperandone il significato autentico, l’ambizioso obiettivo di mettere complessivamente in discussione i parametri epistemologici dominanti oggi nelle scienze sociali, quei parametri che hanno indotto i suoi sostenitori a stravolgere l’insegnamento di quello che pur continua ad essere considerato uno dei padri fondatori della propria disciplina. In base a simili presupposti, quella del MAUSS non si presenta come una battaglia confinata ai soli studi relativi alle società arcaiche o primitive che dir si voglia, in modo da coinvolgere pochi specialisti del settore: la valenza rivoluzionaria della lezione di Mauss sul dono è per gli autori del “Movimento anti-utilitarista” tale da ribaltare le visioni dominanti della stessa società contemporanea, nei suoi risvolti non solo scientifici, ma anche etici e politici, secondo una prospettiva che dalla teoria finisce per chiamare inevitabilmente in causa la stessa prassi. Alla fine, nella scienza come nella vita, si tratta, secondo la nota espressione di Latouche, di liberarsi di quel “martello economico” che ci batte in testa e non ci permette di vedere altre dimensioni dell’esperienza umana che non siano appunto i gretti e materiali interessi economici[2]. A tale scopo, proprio l’analisi del concetto di dono, in riferimento alle società del passato come a quella attuale, e delle dinamiche relazionali che esso innesca, risulta essere decisiva, per le funzioni ed i significati, ancora poco vagliati, che il dono sembra rivestire in tutti i consessi umani e che il MAUSS ha cercato di indagare fin dall’inizio della sua avventura intellettuale.[3] 
Nell’ambito delle scienze sociali a dominare oggi è quello che Alain Caillè definisce “individualismo metodologico” o “primo paradigma” – primo appunto perché paradigma di riferimento principale degli studiosi odierni –,  paradigma secondo cui l’insieme dei fenomeni sociali è da riportare sempre all’agire dei singoli individui ed all’intrecciarsi dei loro interessi materiali. Alla base di una simile visione, per la quale le “parti”, ovvero gli individui, vengono logicamente prima del “tutto”, vi è una precisa immagine dell’uomo, che la modernità ha fatto propria e che anche le attuali scienze sociali non fanno che ereditare da una lunga tradizione di pensiero: l’immagine dell’homo oeconomicus. Mosso dal solo tornaconto personale, alla ricerca del massimo profitto da raggiungere secondo una logica di costi-benefici all’interno di una situazione di scarsità di risorse disponibili, sembra questa l’unica visione dell’uomo e dei moventi della sua azione necessaria e sufficiente a dar conto, alla fine, dei fenomeni sociali di ogni tempo e latitudine. Anche il dono, secondo tale approccio, può essere ricompreso all’interno del “paradigma” in questione: non è forse l’interesse, il calcolo, che spinge gli individui a “donare”?  Se il dono è una forma di scambio, dietro a questo non si cela sempre e comunque un interesse? È questa la prospettiva seguita da tutte quelle scuole e correnti di pensiero che si rifanno, in un modo o nell’altro, ad una visione “utilitarista” dell’uomo e della società, e che, al di là dello specifico rappresentato dalla sociologia o dall’antropologia, ritroviamo in tanti altri domini delle cosiddette scienze umane, dal liberismo in economia al contrattualismo in ambito giuridico. E non si tratta di un parametro che è possibile confinare al solo orizzonte scientifico e metodologico: l’utilitarismo da principio euristico per comprendere i fatti sociali diviene inevitabilmente criterio normativo per l’azione: non solo i fatti sociali trovano la loro origine e spiegazione nel perseguimento degli interessi individuali, ma è altresì un bene che ciò avvenga per il conseguimento del benessere collettivo, secondo la nota massima dell’utilitarismo classico sulla “massimizzazione della felicità del maggior numero”. Da qui alle scelte ed alle opzioni di tipo politico il passo è breve: il primo paradigma è altresì il presupposto del liberalismo e delle politiche ad esso connesse, secondo cui la comunità politica non trova altra ragion d’essere se non la difesa degli interessi individuali dalla cui interazione scaturirà quasi per incanto – la famosa “mano invisibile” - il benessere di tutti. Ed è per tali ragioni che, come accennato, la critica del MAUSS all'utilitarismo non va a limitarsi alla sola dimensione teorica, ma intende portarsi anche sul terreno più propriamente politico, per un’intrapresa che in generale mira a delineare una nuova visione dell’uomo e della società nel suo complesso.
Se il paradigma così descritto sembra dominare incontrastato nel panorama delle scienze umane, a contenderne il primato è però un “secondo paradigma”: il paradigma “olistico”, secondo cui, in base ad una logica per molti versi opposta e speculare a quella del primo, è il “tutto”, ovvero lo stesso fatto sociale, a precedere le “parti”, e quindi a dar senso e significato agli individui che lo compongono. È questa la prospettiva che accomuna diverse correnti ed indirizzi di pensiero, anche questi afferenti ad ambiti disciplinari non identificabili necessariamente con le sole scienze sociali, dal funzionalismo all’istituzionalismo fino ai diversi domini dell’orientamento strutturalista. Ad accomunare tali indirizzi è la preminenza che si riconosce alle influenze che la totalità sociale esercita inevitabilmente sui soggetti che la costituiscono, la cui azione è in ultima analisi determinata dalla totalità stessa, limitandosi quella a riprodurre modelli e schemi preesistenti alla volontà dei singoli. Se il primo paradigma svalorizza il tutto – essendo questo solo la somma, per così dire, degli interessi individuali –, il secondo finisce per svalorizzare gli individui medesimi, dato che essi risultano essere, in fin dei conti, solo il portato di valori ed interessi fissati dal tutto che li sovrasta. Ma anche in base a tale paradigma la peculiarità del dono finisce per svanire: esso perde quei caratteri di libertà e spontaneità che lo connotano, finendo per essere ricompreso nell’ambito degli atti rituali e consuetudinari a cui tutte le azioni individuali sono ridotte stando alla logica olistica. Secondo questa prospettiva, il dono non istaurerebbe, quindi, alcuna nuova relazione all’interno del legame sociale, limitandosi a confermare le dinamiche già esistenti. Anche l’olismo poi, come l’individualismo, trova il suo campo di applicazione in ambito politico: ad esso fanno solitamente riferimento quei filoni di pensiero e di prassi politica che, contro il liberalismo e l’economia di mercato, privilegiano lo statalismo e l’intervento pubblico, a sancire anche in tali domini la preminenza del tutto e degli interessi generali sulle parti e gli interessi particolari. La querelle scientifico-metodologica tra individualismo ed olismo fa così da sfondo alle diatribe politiche che tradizionalmente hanno caratterizzato la modernità, in uno scontro che, in nome del proprio paradigma assunto spesso a vero e proprio feticcio, da una parte ha visto sacrificare la comunità e la sua irriducibile realtà, dall’altra l’individuo e i suoi legittimi interessi.
Superando i limiti e l’unilateralismo dei primi due, il dono introduce un “terzo paradigma”, che intende dar conto in modo più coerente del fatto sociale ed offrire nuovi modelli alla stessa prassi. Il reciproco obbligo di dare, ricevere e ricambiare stringe gli individui in un legame stabile e  vincolante che esula dagli interessi e dall’utilità immediata; al tempo stesso tale legame viene a delinearsi come il frutto della libera azione di ciascun soggetto, e non come una realtà preesistente ad essi che ne va a determinare a priori i comportamenti. Se il paradigma individualistico e quello olistico cercano di spiegare entrambi il fatto sociale ponendosi su di un piano verticale - l’uno operando dal basso verso l’alto, ovvero dagli individui al tutto, l’altro dall’alto verso il basso, ovvero dal tutto agli individui -, il paradigma del dono si colloca su di un piano orizzontale, vedendo la società quale espressione della continua ed incessante interrelazione di una pluralità di soggetti e delle interdipendenze che tale interrelazione va a creare. Da una parte viene superato l’individualismo, legandosi i soggetti gli uni agli altri attraverso gli obblighi che la pratica del dono impone loro, dall’altra il formalismo e la costrizione insiti nel paradigma olistico, a partire da quell’atto di libera determinazione dal quale la logica del dono viene innescata.
Ma è soprattutto l’immaginario economicista sotteso alla visione moderna dell’individuo e della società ad essere messo in discussione da tale logica. Attraverso il dono i soggetti non si scambiano beni materiali, come vorrebbe una certa sociologia incapace di liberarsi dal “martello economico”. O meglio: non si scambiano innanzi tutto beni materiali, bensì, in primis, “beni simbolici”: chi dona fa ciò perché intende stabilire dei legami, fissare delle relazioni, ricorrendo a tal fine all’offerta di oggetti. Il primus è la relazione, non l’interesse economico. Questo risulta secondario, essendo solo un mezzo per uno scopo altro. Solo una superficiale lettura intrisa dei moderni pregiudizi economicisti può porre l’interesse materiale anche alla base del dono: ad un’analisi scevra da tali deformazioni, che come quella di Mauss voglia essere coerente con i presupposti delle società oggetto di indagine, il bene scambiato perde i suoi connotati “materiali” per assumere quelli “simbolici”, quelli di un medium per il legame sociale. Il dono instaura quindi un vincolo personale, e solo subordinatamente una relazione economica, a differenza di ciò che avviene nella società moderna, dove sono i rapporti economici a fondare generalmente quelli umani. Come direbbe Dumont, nelle società imperniate sul dono è la relazione tra le persone ad essere privilegiata rispetto a quella tra le persone e le cose [4]. In tal modo il paradigma del dono disvela una dimensione del fatto sociale e delle dinamiche relazionali che all’interno di esso si stabiliscono che nel mondo moderno sembra essersi completamente obliata: attraverso il dono l’economia, riprendendo la nota espressione di Polanyi, viene di nuovo embedded, ovvero “inserita”, “incorporata”, “immersa” nella società, fin quasi a confondersi ed a rendersi irriconoscibile rispetto alle relazioni ed alle istituzioni che la compongono, anziché inserire, incorporare, immergere dentro di sé queste ultime come accade nel mondo moderno [5]. La logica del dono ci proietta quindi in un altro immaginario, dove l’economia viene ricollocata al posto ed al ruolo che le competono, ovvero quello di strumento e mezzo al servizio della comunità e dei suoi beni “immateriali”, ribaltando la logica perversa dell’uomo contemporaneo che, chiuso nel suo immaginario economico, vede invece l’intera realtà quale strumento al servizio degli interessi materiali. Il bene viene ad assumere in questo modo un “valore” del tutto nuovo: se il pensiero economico moderno, sia nella variante liberista, sia in quella marxista, non ha saputo vedere nei beni che oggetti atti o al soddisfacimento di bisogni materiali – il cosiddetto “valore d’uso” – o al conseguimento di un guadagno monetario – il cosiddetto “valore di scambio” – il dono introduce anche in tal senso un nuovo paradigma, quello del “valore di legame”, per cui il bene non soddisfa di per sé ed immediatamente né un bisogno materiale né un interesse economico, ma prima di tutto un bisogno ed un interesse umano e relazionale. “Nel dono – afferma Caillé – […] il fatto fondamentale è che il legame è più importante del bene” [6].   
Il paradigma del dono getta così una nuova luce sulle dinamiche sociali, permettendo di superare le aporie in cui cadono gli altri due paradigmi. Al di là delle loro differenze, l’individualismo e l’olismo si rivelano in verità incapaci di spiegare l’oggetto stesso della propria indagine: il fatto sociale e la sua genesi. Come potrebbe sussistere, infatti, una collettività, una comunità politica, se questa altro non sarebbe, stando all’individualismo, che l’insieme giustapposto di tanti individui volti ognuno alla ricerca del proprio esclusivo interesse? Come è possibile concepire un legame sociale fondato su tanti egoismi particolari? Sono i noti interrogativi ai quali, fin dal tempo delle critiche hegeliane e storicistiche al giusnaturalismo ed al contrattualismo sei-settecenteschi, l’individualismo non ha mai saputo dare risposte coerenti. Voler dedurre il tutto dalle parti, l’universale dal particolare, l’altruismo dall’egoismo, sarebbe in realtà pretendere la quadratura del cerchio. Non meno aporetico si presenta l’olismo: presupponendo il tutto come dato di fatto, punto di partenza irriducibile dell’indagine sociologica, glissa semplicemente sul problema della sua genesi, ipostatizzando il fatto sociale come l’individualismo ipostatizza gli individui. Il dono, al contrario, introducendo una logica di interazione, di rete, di interscambio fondato sugli obblighi reciproci che i soggetti liberamente assumono, media le istanze unilaterali proprie degli altri due paradigmi, riconducendole all’interno di un’ottica che più che presentarsi come alternativa a quelli ne costituisce un superamento dialettico. Il legame sociale che il dono viene ad instaurare vincola gli individui salvaguardandone al tempo stesso la libera autodeterminazione: l’obbligo di dare, come quello di ricevere e di ricambiare, non avviene secondo forme dedotte da schemi e sistemi preordinati, ma in base a modalità frutto di scelte e preferenze dove l’imprevisto e l’inatteso giocano spesso un ruolo non secondario. Il dono, infatti, è innanzi tutto una “scommessa”; una scommessa sulla fiducia e la lealtà con le quali ci si relaziona agli altri e che dagli altri ci si deve aspettare: come sarebbe altrimenti possibile che soggetti portatori solo di interessi egoistici stipulino un patto di mutua assistenza - come vuole il contrattualismo - se gli stessi contraenti non fossero già legati dalla fiducia che ciascuno nutre nella possibilità di rispetto del patto da parte di tutti gli altri? Allo stesso modo nessuna istituzione potrebbe davvero perpetuarsi se gli individui che ne fanno parte non vi aderissero in qualche modo spontaneamente, vivificandola e rinnovandola di continuo con la propria autonoma iniziativa. “Il dono – afferma Caillé – è […] nel contempo e paradossalmente obbligato e libero, interessato e disinteressato”[7]: obbligato perché i momenti e le forme del dono sono certamente istituiti socialmente, e non si dona qualsiasi cosa a qualunque persona; libero perché, al tempo stesso, nessuno ci garantisce, se non la scommessa sulla fiducia e la lealtà degli altri, come e quando tale dono verrà accettato e ricambiato. “Anche nella società selvaggia più soggetta all’obbligo rituale – prosegue Caillé – tutto questo lascia ancora una larga parte all’iniziativa personale”[8]. Allo stesso modo il dono può dirsi certamente “interessato”, ma interessato a stabilire un rapporto, un legame vissuto come primario in base alla natura stessa dell’uomo, quindi “buono” in sé e non quale strumento utile al conseguimento di qualcosa d’altro – il bene materiale rispetto a cui è invece “disinteressato” - come vuole la logica utilitarista[9].
L’“interesse” così inteso e recuperato consente alla prospettiva antiutilitarista di evitare, altresì, la ricaduta in una logica di tipo moralistico o irenistico, che confonde il dono con presunti quanto improbabili atti di puro disinteresse altruistico: come detto, il MAUSS intende individuare nuove strade per la stessa prassi politica in vista di una possibile alternativa ai modelli di socialità oggi imperanti, non certo proporsi quale scuola di carità o beneficenza[10]; ciò in un’epoca in cui sia le politiche liberiste, sia quelle assistenziali legate alla tradizione dello Stato sociale – ovvero le politiche ispirate ai primi due paradigmi – sembrano entrate irrimediabilmente in crisi e nuove visioni e soluzioni appaiono sempre più urgenti. D’altronde la logica del dono si presenta come logica “politica” per eccellenza: lo scopo del dare, del ricevere e del ricambiare non è infatti quello di stabilire un’alleanza, di fondare una comunità a partire dal discrimine tra chi abbiamo scelto come “amico” e chi come “nemico”? A guardar bene, la dinamica del dono è la dinamica che porta dalla “guerra” alla “pace”, dunque dinamica politica in senso eminente. Il dono, in ultima istanza, è proprio una scommessa sulla possibilità di mantenere la pace, l’“amicizia”, e di non ricadere nello stato di guerra, di “inimicizia”, di fronte alle aporie proprie del contrattualismo liberale come delle scuole di matrice storicistica incapaci di dar conto in modo adeguato della dialettica tra individuo e società, tra parti e tutto, e quindi di pensare e fondare con coerenza il “politico”.
Così la logica del dono va ad investire il dominio della socialità nel suo complesso, non circoscrivendo il suo campo di azione alla sola sfera della socialità primaria - famiglia, vicinato, amicizia - dove ancora oggi esso continua a rivestire un ruolo fondamentale, ma aprendosi potenzialmente anche agli ambiti della socialità secondaria, ovvero quegli ambiti  - economici, lavorativi, amministrativi - attualmente dominati, a differenza che in passato, da prestazioni di tipo impersonale. Tale apertura è testimoniata ad esempio dal mondo dell’associazionismo, del cosiddetto “terzo settore” e delle società no-profit: tali realtà sfuggono alle accennate canoniche classificazioni, non essendo riferibili, in senso stretto, né alla sfera della socialità primaria né a quella della socialità secondaria; piuttosto sembrano far propri i caratteri di entrambe le sfere, assolvendo funzioni tipiche della socialità secondaria ma con modalità di interazione tra i soggetti che vi fanno riferimento che richiamano i legami di tipo personale propri di quella primaria. Volendo identificare gli ambiti in cui tradizionalmente si esplicano le funzioni della socialità primaria con gli spazi d’azione “primari” e quelli propri della socialità secondaria con gli spazi “pubblici”, l’associazionismo introduce nuovi spazi ed ambiti di azione, che si potrebbero definire “spazi pubblici primari”[11]. E se l’economia di mercato continua a basarsi sull’interesse privato e la libertà individuale, mentre l’intervento statale sull’interesse generale e la costrizione pubblica, l’associazione, facendo sua la logica del dono, riesce a mediare la libertà dei suoi associati con gli interessi ed i bisogni comuni che essa si ripropone di soddisfare[12].
Una società che intende rimodellarsi sul paradigma del dono è quindi una società che alla tradizionale alternativa fra libero mercato ed intervento pubblico oppone nuove istanze, come quella associazionista, secondo una prospettiva che invece di privilegiare lo Stato piuttosto che la società civile li ricomprende entrambi in un’ottica di tipo “comunitarista”. È lo stesso concetto di “democrazia” ad esser così rivitalizzato dalla logica del dono, se per democrazia si voglia intendere l’effettiva partecipazione dei cittadini alla vita della comunità contro il paradigma individualistico che è alla base della moderna democrazia rappresentativa, dove invece gli interessi di ciascuno si costituiscono in opposizione a quelli di tutti gli altri e le cui istituzioni appaiono oggi sempre più lontane dalle reali esigenze dei cittadini ed incapaci di rispondere adeguatamente ai nuovi bisogni di socialità che essi esprimono. La democrazia partecipativa si realizza invece come comunità dove “tutti si danno a tutti”, dove ognuno dona se stesso agli altri, “spazio pubblico primario” per eccellenza al di là delle diverse realtà associative che essa pur si impegnerà a promuovere. 
In un mondo dove i legami sociali si vanno sfilacciando sempre più di fronte alla progressiva mercificazione dell’esistenza e alla crescente colonizzazione da parte di forme impersonali di relazione anche di quei territori da sempre appannaggio della socialità primaria, il paradigma del dono intende così rimettere al centro l’uomo e il suo immaginario simbolico, perché esso torni a riconoscersi con i suoi simili parte di una stessa comunità, di una stessa politeía, di uno stesso orizzonte di senso, sfuggendo a quel “destino economico” al quale la modernità ha preteso di incatenarlo.

NOTE
[1] Cfr. MARCEL MAUSS, Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, Torino, Einaudi, 1965.
[2] Per un’introduzione generale alla prospettiva “antieconomicista” del MAUSS, vedi ALAIN CAILLÈ, Critica della ragione utilitaria, Torino, Bollati Boringhieri, 1991 e SERGE LATOUCHE, L’invenzione dell’economia, Casalecchio (BO), Arianna Editrice, 2002.
[3] All’interno del MAUSS la problematica del dono è stata approfondita, in particolare, da Alain Caillé. A tal proposito vedi soprattutto la sua raccolta di scritti Il terzo paradigma. Antropologia filosofica del dono, Torino, Bollati Boringhieri, 1998.
[4] Sebbene nella prospettiva di Luis Dumont anche la logica del dono, come tutte le logiche antieconomiciste, vada considerata all’interno del paradigma olistico, la netta differenza tra società fondate sulle relazioni tra persone e società fondate sui rapporti economici è essenziale anche nel suo pensiero. Vedi soprattutto le sue due fondamentali opere Homo hierarchicus. Il sistema delle caste e le sue implicazioni, Milano, Adelphi, 1991 e Homo Aequalis. Genesi e trionfo dell’ideologia economica, Milano, Adelphi,1984.
[5] Per Karl Polanyi il fatto che nelle società premoderne sia l’economia, a differenza di ciò che avviene nel mondo moderno, ad essere “inserita” nella società - e quindi nei legami personali e di parentela, nei rapporti di sottomissione politica e nell’immaginario simbolico e religioso - comporta conseguenze notevoli non solo in merito al valore ed al posto che quelle società assegnano all’economia nella loro scala di valori, ma alla possibilità stessa di concepire la dimensione materiale dell’esistenza quale sfera avente una realtà propria ed indipendente rispetto alle altre dimensioni del reale. Da qui anche l’assenza, nelle civiltà premoderne, di una “scienza economica” quale disciplina autonoma come la concepiamo oggi. Di Polanyi vedi in particolare La sussistenza dell'uomo: il ruolo dell'economia nelle società antiche, Torino, Einaudi, 1977 e Economie primitive, arcaiche e moderne, Torino, Einaudi, 1980.
[6]  ALAIN CAILLÈ, Il terzo paradigma. Antropologia filosofica del dono, cit., p.80.
[7] Ibidem, p.43.
[8] bidem, p.42.
[9] Secondo Caillé l’equivoco in cui cade l’individualismo metodologico quando pone l’interesse anche alla base del dono dipende dalla mancata distinzione tra “interesse a” ed “interesse per”, il primo essendo il presupposto della ragione strumentale, ovvero dell’azione volta al conseguimento di un interesse esterno rispetto ad essa, il secondo quello della ragione finale, ovvero dell’azione effettuata per se stessa. In altre parole, il paradigma utilitarista confonde la logica dell’“essere” con la logica dell’“avere”, secondo la visuale tipica della modernità che altra dimensione dell’agire umano non sa concepire che non sia quella di natura pragmatica. Su tali aspetti della riflessione del MAUSS vedi soprattutto ALAIN CAILLÈ, Dono, interesse e disinteresse in Il terzo paradigma. Antropologia filosofica del dono, cit., pp.75-112.
[10] In base a questa prospettiva cadono per il MAUSS anche le obiezioni di quelle posizioni secondo cui il dono per essere davvero tale, pena la ricaduta in un orizzonte utilitaristico sebbene di tipo non strumentale, dovrebbe alla fine prescindere da ogni logica di reciprocità, quindi di attesa di accettazione e controcambio. Per il MAUSS tale concezione del dono, oltremodo astratta e capziosa, risulta inutilizzabile, sia in ambito sociologico che politico, finendo in realtà per confondere il dono con la “donazione”, intesa in senso quasi teologico – la creazione e la vita come “doni” – o comunque quale espressione di amore gratuito ed incondizionato. Su ciò vedi sempre ALAIN CAILLÈ, Dono, interesse e disinteresse, cit.
[11] ALAIN CAILLÈ, Il terzo paradigma. Antropologia filosofica del dono, cit., p.242.
[12] La logica del dono è altresì sottesa a tutta una serie di specifiche proposte politiche che vedono da sempre impegnato il MAUSS, a conferma delle implicazioni pratiche della sua ricerca. Basti pensare alle battaglie per la riduzione dell’orario di lavoro o per l’introduzione del reddito minimo di cittadinanza. Su tali aspetti dell’azione del MAUSS vedi in particolare ALAIN CAILLÈ, Dono e associazione in Il terzo paradigma. Antropologia filosofica del dono, cit., pp.237-248. 

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Noi, Indignados LIB
post pubblicato in Diario, il 24 maggio 2011





Gli indignados non sono tutti uguali.

Italian Revolution – Il manifesto degli Indignados LIB

Noi siamo indignati, e vogliamo esprimerla la nostra indignazione.

Contro una politica sempre più ridotta a merce di scambio tra comitati d’affari concorrenti. Perché io non mi rassegno all’idea di scegliere tra il Pdl e il Pd senza la L. E se la scelta obbligata è questa, IO MI INDIGNO.

Dove i partiti sono contenitori chiusi, volti all’autoconservazione delle oligarchie esistenti, refrattari a qualunque domanda di cambiamento e di democrazia interna. Perché io non mi rassegno all’idea di scegliere tra la cooptazione e l’esclusione. E se la scelta obbligata è questa, IO MI INDIGNO.

Dove le opposte fazioni si spartiscono quotidianamente brandelli di (dis)informazione mascherati da “servizio pubblico”. Perché io non mi rassegno all’idea di scegliere tra Vespa e Sant’oro. E se la scelta obbligata è questa, IO MI INDIGNO.

Dove è stato spacciato per libero mercato un sistema di connivenze sistematiche tra politica ed economia, fatto di sussidi pubblici, leggine ad hoc e intrecci oscuri. Perché io non mi rassegno all’idea di scegliere tra uno statalismo predone e un capitalismo di relazione. E se la scelta obbligata è questa, IO MI INDIGNO.

Dove nella gara perversa a chi è più puro i diritti fondamentali delle persone, anche imputate, evaporano nell’indifferenza collettiva, e la politica si trasferisce nei tribunali. Perché non mi rassegno all’idea di scegliere fra il giustizialismo forcaiolo e il finto garantismo degli impuniti. E se la scelta obbligata è questa, IO MI INDIGNO.

Dove l’ordine pubblico e la sicurezza sono le etichette per giustificare politiche neotribali, antieuropeiste e talvolta apertamente razziste. Perché non mi rassegno all’idea di scegliere tra la retorica solidarista e quella nazionalista. E se la scelta obbligata è questa, IO MI INDIGNO.

Dove la ricerca scientifica è mortificata e svilita dalla carenza di fondi e da leggi di stampo confessionale, per cui a ogni legislatura, qualunque sia il colore politico, la storia è sempre la stessa. Perché io non mi rassegno all’idea di scegliere tra la retorica filo-clericale e il moderatismo inconcludente dei buoni a nulla. E se la scelta obbligata è questa, IO MI INDIGNO.

Dove le droghe, il mercato del sesso, il fine vita sono il tabù di una classe politica, che preferisce la clava della repressione allo strumento della regolamentazione. Perché io non mi rassegno all’idea di scegliere tra il paternalismo s-fascista e l’equilibrismo antiriformatore. E se la scelta obbligata è questa, IO MI INDIGNO.

Per sottoscrivere l’appello invia un’email a indignadoslib@gmail.com






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tomorrow I am not italian. sorry, mister president.
post pubblicato in Diario, il 16 marzo 2011


Non chiedermi di festeggiare

 

70% di pressione fiscale

60 miliardi all'anno di corruzione

malagiustizia malasanità malaburocrazia

mafia camorra 'ndrangeta

dissesto idrogeologico

abusivismo edilizio

gomma invece che ferro

nord e sud ammorbati

decenni di stragi che restano un mistero

decine di referendum che restano carta straccia

 

not in my name, please.

tomorrow, this will be my only flag





http://www.movimentolibertario.it/index.php?option=com_content&view=article&id=13369%3A150-anni-di-unita-ditalia-che-ce-da-festeggiare&catid=1%3Alatest-news




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Repetita iuvant
post pubblicato in segnalazioni, il 9 agosto 2010


di Antonio Martino

http://ilblogdiantoniomartino.blogspot.com/2010/08/repetita-iuvant.html

“La riduzione delle aliquote d’imposta mette in moto un processo che produce benefici per tutti, determinati dall’impiego di risorse che resterebbero altrimenti inutilizzate – lavoratori disoccupati, aziende agricole e imprese industriali prive di mercato. Malgrado ciò, molti contribuenti sembrano propensi a negare alla nazione i vantaggi dello sgravio fiscale perché non credono alla ragionevolezza finanziaria di una riduzione di imposte quando il bilancio federale è in deficit. Voglio dire chiaro e tondo perché, nell’economia di oggi, la prudenza e la responsabilità finanziaria richiedono un taglio delle aliquote anche se temporaneamente causa di un aumento del disavanzo – perché ridurre le aliquote è il modo migliore di spianare la strada ad aumenti di reddito.”
Reagan? Thatcher? No: John F. Kennedy, gennaio 1963! Kennedy aveva ragione e non era né il primo né l’ultimo a pensarla così. A partire dal 1978 gli Stati Uniti hanno ridotto l’aliquota massima sul reddito delle persone fisiche dal 50% al 35%, quella sui guadagni in conto capitale dal 50% al 15% e quella sui dividendi dal 70% al 15%. Da allora il gettito erariale dall’uno per cento più ricco dei contribuenti è salito dall’uno e mezzo per cento del pil nel 1978 al 3,3% nel 2007! Contemporaneamente, il carico fiscale gravante sul 95% meno ricco dei contribuenti è sceso dal 5,4% al 3,2% del pil!
Questi dati, richiamati da Arthur Laffer in un editoriale del Wall Street Journal (3 agosto), non sono affatto sorprendenti. Il conato giustizialista di “far piangere i ricchi” aumentando le aliquote a loro carico fa invariabilmente diminuire la percentuale di reddito assorbita dal fisco. I ricchi hanno mille modi per evitare di sopportare aliquote che reputano eccessive; in questo sono molto più bravi dei contribuenti meno fortunati (anche perché hanno più da perdere). Si rivolgono ad avvocati e consulenti tributari e riescono a modificare il luogo, il tempo e le modalità del reddito da sottoporre a tassazione, cambiandone anche l’entità e la composizione.
Il senatore del Massachusetts John Kerry, già candidato democratico alla presidenza degli USA e campione della crociata per tassare i ricchi, avendo acquistato uno yacht da sette milioni di dollari, non lo ha registrato nel suo stato ma nel vicino Rhode Island. Così facendo, ha risparmiato $487.500 di imposta statale sulle vendite e un’accisa annua di $70.000! Il senatore dell’Ohio Howard Metzenbaum, acceso fautore dell’imposta di successione, sentendosi prossimo alla fine, ha spostato la sua residenza in Florida, dove quell’imposta non esiste. Conclude Laffer: “i contribuenti gravati dalle aliquote più alte, anche se di estrema sinistra, sono molto più sensibili al livello delle aliquote di quanto siano gli altri.”
La riduzione dell’aliquota massima sul reddito delle persone fisiche effettuata da Kennedy, dal 91% al 70%, portò il gettito proveniente dall’uno per cento più ricco dei contribuenti dall’1,3% del 1960 all’1,9% nel 1968. I tagli alle aliquote degli anni Venti (dal 73% del 1921 al 25% del 1928) fecero passare il carico gravante sull’uno per cento più ricco dallo 0,6% all’1%.
L’idea non è solo americana. In Italia era stata sostenuta da Alberto dè Stefani negli anni Venti e da Luigi Einaudi nel secondo dopoguerra. E’ stata applicata con successo in un gran numero di paesi, specie quelli che hanno adottato la flat tax, l’aliquota unica. Poche proposte di politica economica sono corroborate dal numero di riscontri di cui gode questa.
Non si può negare l’evidenza: alte aliquote d’imposta non fanno pagare i ricchi più ma meno e producono proprio quella miseria e quella disoccupazione che dicono di volere curare. Kennedy non era “di destra”, Einaudi e dè Stefani non erano di sinistra: possibile che questa ovvietà, suffragata da una mole impressionante di conferme storiche, continui ad essere ignorata sia dalla sinistra sia dal centro-destra nel nostro Paese? C’è solo da sperare che Silvio Berlusconi, che è da sempre consapevole del problema, riesca a fare accettare al governo questa riforma che non è più rinviabile.




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Europa sì, ma dei liberi municipi !
post pubblicato in segnalazioni, il 8 agosto 2010


di Guglielmo C. Cancelli

tratto da Movimento Libertario http://www.movimentolibertario.it/index.php?option=com_content&view=article&id=7543:europa-si-ma-dei-liberi-municipi&catid=1:latest-news

Negli ultimi mesi mi è capitato più volte di sentire, negli ambienti autonomisti, un ritornello che suona più o meno così: “L’Europa ci salverà”. L’opinione di molti sostenitori delle “piccole patrie”, infatti, è che l’unificazione europea, pur con tutti i suoi difetti, sia un processo sostanzialmente positivo, in quanto contribuisce alla demolizione degli Stati nazionali. Sarebbero essi, insomma, il primo nemico delle “minoranze”, e l’Europa - pur lungi dall’essere una panacea di tutti i mali - avrebbe se non altro il pregio di abbatterli o ridimensionarli. Non solo: il contenitore europeo non sarebbe fisicamente in grado di rispondere alle esigenze delle comunità locali, e quindi dovrebbe necessariamente strutturarsi secondo un modello regionale o macroregionale.

In realtà tale riflessione rivela una scarsa comprensione del fenomeno.

E’ senz’altro vero che l’unificazione continentale mette in discussione le prerogative e, per certi versi, la sovranità stessa degli Stati nazionali. Ma lo fa nel senso opposto a quello auspicato dagli autonomisti. L’Europa si candida semmai a essere non un contraltare dei governi, ma un loro cartello. “L’unione fa la forza” è un detto che si adatta perfettamente a descrivere la situazione.

Le élite politiche dei diversi paesi si sono perfettamente rese conto della propria inadeguatezza a gestire il processo (esso sì inevitabile) di globalizzazione: e tentano di rispondergli dotandosi di strutture e raggiungendo dimensioni tali da lasciar supporre sbocchi autarchici nel medio o lungo termine.

La globalizzazione (nel senso originale e genuino del termine, vale a dire “integrazione economica”) è un fenomeno al quale non ci si può sottrarre. Non nelle attuali condizioni, almeno. L’alternativa è il ritorno a un passato che, a parole, viene da tutti esorcizzato: quello delle dittature fasciste o comuniste. Il mito della “patria” è definitivamente tramontato e una parola già priva di significato come “nazione” si è ormai svuotata. I cittadini hanno preso e stanno prendendo coscienza di essere prima di tutto individui (e come tali unici e irripetibili) e, solo in seconda battuta, membri di un popolo o di una cultura. Il passo immediatamente successivo è stato la comprensione della necessità di vivere in un regime di libertà. Che si manifesta anche nel poter scegliere in quale cultura identificarsi, e quali particolari aspetti di quella cultura conservare. A sua volta questo ha portato a una rivitalizzazione dei sentimenti di appartenenza alle comunità locali.

Nel mentre che questo accadeva, una fetta sempre più consistente di persone ha saputo sollevare il velo di Maya sotto cui si cela l’autentica natura dello Stato.

Ben lungi dall’essere “utile e necessario”, esso è predatore e lestofante. I governi derubano e bastonano, e più che le schede elettorali il loro simbolo è il manganello. I cittadini si sono resi conto che la tassazione è furto e hanno cominciato a dare segni sempre più evidenti di insofferenza. Anche nel nostro paese. Solo in questa particolare prospettiva (quella della contestazione fiscale non fine a se stessa, ma piuttosto come mezzo di protesta nei confronti dello Stato in quanto tale) è possibile comprendere il successo di alcune manifestazioni che hanno segnato gli anni recenti.

Un filo rosso indissolubile lega la famosa “marcia dei quarantamila” di Torino alla Dichiarazione di Indipendenza della Padania sul Po. E’ un legame assai più solido di quanto possa apparire. Le due “insurrezioni civili” appena citate rappresentano la punta di un iceberg o, meglio, i sintomi di risveglio di un vulcano pronto a eruttare. Un segno meno superficiale di quanto sta accadendo proviene dalla miriade di gruppi o gruppuscoli dediti alla contestazione fiscale piuttosto che alla riscoperta delle tradizioni locali. Siano essi di destra o di sinistra, di ispirazione statalista o liberale (e non di rado libertaria), tutti condividono, anche al di là della forte litigiosità che ne caratterizza i rapporti, un patrimonio ideale e culturale indiscutibile. Cos’è che unisce gli imprenditori della Life agli escursionisti dei Lupi delle Alpi, la Libera Compagnia Padana a Ousitanio Vivo? La critica, più o meno radicale, alla sovranità italiana e al diritto di Roma a disporre dei territori posti sotto la sua giurisdizione.

Ecco allora che, in questa luce e solo in questa, l’Europa assume un volto ben diverso. E’ vero, va ripetuto, che essa nasce dall’erosione della sovranità degli Stati nazionali. Ma questa erosione sposta il baricentro verso l’alto e contribuisce a rafforzare e accrescere l’interventismo del governo negli affari privati della gente.

La strutturazione regionale o macroregionale, allora, non è dovuta al buon esito di un processo federalista, ma a mere constatazioni di efficienza. I rappresentanti delle comunità regionali o macroregionali appaiono più satrapi devoti al principe che governatori contrapposti al centro. Emerge qui in tutta la sua portata il contrasto tra un modello “americano” (nel quale l’idea di sovranità fa sempre riferimento al diritto del governo locale a rifiutare il dominio del centro) e quello “europeo” (nel quale la sovranità legittima le scorribande della politica all’interno della società).

E’ inoltre ben noto che l’accrescimento del potere politico non avviene quasi mai in termini, per così dire, “lineari”. Il potere del temuto governo continentale non sarà pari alla somma dei poteri dei governi nazionali (la qual cosa rappresenterebbe comunque un pericolo per le libertà civili ed economiche degli individui). Vi è ragione di ritenere che quel potere si accrescerà in modo esponenziale. Bruxelles ha già fornito ampie dimostrazioni delle proprie attitudini a regolamentare e pianificare. Appare semmai bizzarro il fatto che i difensori delle autonomie facciano finta di non vedere l’attacco micidiale che l’Europa ha sferrato alle culture locali. D’altra parte, una delle parole d’ordine dell’europeismo militante è “armonizzazione”, vale a dire ciò che sopra tutto gli autonomisti combattono.

L’Unione Europea, insomma, ha imboccato una strada che porta senza ombra di dubbio alla “sovietizzazione” dei rapporti. Essa ha dato nuova linfa al diritto pubblico - europeo, appunto - e i suoi esponenti non fanno altro che richiamare la nostra attenzione sulla necessità di avere un contrappeso allo “strapotere” degli Stati Uniti. (Quello che fu l’Urss, in fin dei conti).

A prescindere dal fatto che, e questo è indubbiamente vero, il governo federale americano andrebbe devitalizzato, certo la costruzione di un nuovo leviatano non è la soluzione più ragionevole. Se temo Caio, che abita nel quartiere contiguo al mio, l’ultima cosa che debbo fare è consegnare le mie poche armi a Tizio, che so essere malvagio quanto Caio e ha dimora nel mio stesso condominio, mendicandogli protezione.

Gli indipendentisti dovrebbero battersi strenuamente contro l’unificazione europea. La contestazione che essi rivolgono agli Stati nazionali (e, non di rado, all’idea stessa di nazione) ha segno opposto a quella che giunge dall’Ue. Essi affermano che i governi non hanno alcun diritto a disporre dei territori e dei popoli a essi sottomessi, in quanto non godono del loro consenso. Se un individuo, o un gruppo di individui (cioè una comunità, o un popolo), ritiene di ricevere un trattamento oppressivo da un governo o, più semplicemente, preferisce non essere più sottomesso alle medesime istituzioni di altri gruppi, lì nasce il diritto di secessione.

Scriveva Thomas Jefferson nella Dichiarazione di Indipendenza americana: “La prudenza, invero, consiglierà di non modificare per cause transeunti e di poco conto governi da lungo tempo stabiliti; e conformemente a ciò l’esperienza ha dimostrato che gli uomini sono maggiormente disposti a sopportare, finché i mali siano sopportabili, che a farsi giustizia essi stessi abolendo quelle forme di governo cui sono avvezzi. Ma quando una lunga serie di abusi e usurpazioni, invariabilmente diretti allo stesso oggetto, svela il disegno di assoggettarli ad un duro dispotismo, è loro dovere abbattere un tale governo e procurarsi nuove garanzie per la loro sicurezza futura”.

Il punto cruciale, allora, è la volontà degli individui e dei popoli coinvolti, e il loro diritto a darsi istituzioni il più vicine possibile alla loro sensibilità e alla loro cultura. Tutte le “piccole patrie” compresse entro il calderone europeo hanno ben ragione a sentirsi oppresse. L’elevatissimo carico fiscale, la regolamentazione pervasiva, i metodi di controllo degni dei più empi incubi orwelliani cui tutti siamo soggetti ne sono lampante dimostrazione.

I movimenti indipendentisti, quindi, ben farebbero a organizzare una sorta di “coordinamento europeo contro l’Europa” visto che sarebbero proprio loro e le culture che essi rappresentano le prime vittime del moloch continentale.

I libertari, per parte loro, dovrebbero prestare una maggiore attenzione alle realtà separatiste e autonomiste.

Il frazionamento dell’Europa in mille piccole patrie non potrà che dare respiro al movimento della libertà. Sono noti, e non è il caso di ripeterli, i benefici derivanti dalla presenza di una moltitudine di governi in competizione tra di loro. La fine dello Stato nazione non può e non deve portare alla nascita di un nuovo mega-Stato socialista continentale. L’unica via d’uscita dal dominio degli Stati sulla vita, la libertà e la proprietà dei cittadini è la loro disgregazione. Il potere, infatti, può essere sconfitto unicamente dividendolo e parcellizzandolo. L’Europa uniforme e piatta di Bruxelles è il nostro incubo; l’Europa dei liberi municipi il nostro sogno.

 

 

 

Commenti (1)
 
Aggiungo che...
1 Sabato 07 Agosto 2010 11:17
LucaF.
 
Complimenti all'autore per l'interessante articolo in grado di spaziare entro le varie realtà della questione europea-nazionale-autonomista con un occhio anche agli Usa.
Anche se bisogna ricordare ccome non tutti i movimenti indipedentisti e autonomisti europei siano libertari e avulsi da complessi e comportamento nazional-statalisti.
Si veda ad esempio la Scozia o la stessa Catalogna aventi partiti o movimenti non certo più liberisti di quelli centrali anche a livello locale.
Purtroppo in Italia c'è la questione leghista che si assomma alle problematiche stataliste del centralismo nazionale costituendo il primo livello di impedimento per un autentico federalismo territoriale anche fiscale come presente in Svizzera e per una libera circolazione degli individui privi di complessi etno-nazionalisti razzisti entro un libero mercato.
Il problema dei movimenti autonomisti e indipendentisti (ma anche dell'involuzione della Lega dopo Miglio) è che ha preso per modello le forme di irredentismo austroungariche mitteleuropee ottocentesche balcaniche (non senza riprendere modelli e motivi legati anche al sionismo socialista e al Heimat nazionalista).
Anzichè sviluppare il concetto di libertà individuale entro un mercato di liberi servizi anarcocapitalista (propedeutico anche per ipotesi enclaviste o privatopiche) mediante una prassi utilitarista, questi si sono concentrati su aspetti reazionari, tradizionalisti o sostanzialmente autarco-protezionisti di chiusura ponendo specificità ormai comunque secondarie per la società globalizzata (che non vuol dire governo globale).
I riti e le tradizioni non possono più essere distinzione o caratteristiche identitaria su cui far leva efficacemente come in passato in termini prioritari (con questo non voglio dire che non c'entrino ma è un bagaglio destinato a non avere più quell'influenza come in passato).
Oggi l'economia e le questioni più generalmente basate sul fisco coinvolgono e tendono ad interessare e accomunare di più gli individui e le loro richieste in termini inter-generazionali e in termini di ceto, sia per scarto generazionale avvenuto rispetto ai padri e ai nonni col passato, sia per il mutamento della società e dello sviluppo tecnico-scientifico.
Inoltre bisognerebbe ricordare come sul coordinamento autonomista contro l'UERSS mi pare che difficilmente proprio per tali differenze e sensibilità identitarie troppo focalizzate su un particolarismo di chiusura si possa vedere tal coordinamento nascere.
Per certi versi non è detto che sia auspicabile tale unità di intenti anti-europeistici proprio per l'analoga ragione che avrebbe dovuto sconsigliare la nascita dell'UE.
Inoltre dipende che tipo di indirizzo prenderebbe tale coordinamento antiUE.
Mi pare che nell'Europarlamento europeo i partiti euroscettici siano quasi tutti o populisti e xenofobi (UEN) o euroscettici ma alquanto statalisti a livello nazionale (ECR).
Penso che invece iniziative come l'interlibertarian 2011 possano servire in quanto basate su un livello d'azione e di interazione più condiviso tra soggetti libertarian affini per comunanza d'intenti, per senso di libero mercato e di libertà individuale da difendere.
Ciao da LucaF.




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L'UNIONE DEI BANCAROTTIERI !
post pubblicato in segnalazioni, il 1 agosto 2010


di Guglielmo Piombini

tratto da http://www.movimentolibertario.it/index.php?option=com_content&view=article&id=7380%3Alunione-dei-bancarottieri&catid=1%3Alatest-news

Lo stato è un’organizzazione che dispone del potere di decisione ultima e del monopolio della coercizione entro un dato territorio. Grazie a queste prerogative, esso può decidere unilateralmente l’ammontare delle risorse di cui abbisogna e imporne il pagamento ai propri cittadini, senza dover entrare in relazioni contrattuali con loro, mediante la tassazione. Partendo dal presupposto che i governanti siano guidati nelle loro azioni da motivazioni prevalentemente egoistiche, essi tenderanno a massimizzare le proprie entrate. Se non limitati in qualche modo, bisogna aspettarsi una crescente tendenza allo sfruttamento fiscale delle classi produttive e all’espansione dello stato, sia all’interno che verso l’esterno. Stando così le cose, sembrerebbe ben difficile che un governo rinunci volontariamente a tutta o parte della propria sovranità, cedendola a un governo concorrente o entrando in un’unione sovrannazionale di stati.

In realtà storicamente il fenomeno non è per nulla raro, e spesso la ragione principale è stata la necessità di evitare un collasso economico o un fallimento finanziario. Vi sono fondati motivi di pensare che anche l’attuale processo di unificazione europea risponda a questa logica. La concentrazione del potere politico in un superstato di dimensioni continentali rappresenterebbe il tentativo delle socialdemocrazie europee, rovinate finanziariamente da decennali pratiche fondate su tasse e spese pubbliche elevatissime, indebitamento fuori controllo, e regolamentazioni pervasive, di continuare a mantenere lo status quo evitando temporaneamente il fragoroso fallimento dello stato.

Infatti non è vero, come si dice generalmente, che “lo stato non può fallire”. O meglio, questa affermazione è corretta solo nel senso che, a differenza delle imprese private, i governanti possono estorcere con la forza ai propri sfortunati sudditi tutte le risorse di cui necessitano per mantenere le proprie clientele, i propri privilegi e i propri sprechi. Tuttavia questa attività di saccheggio può incontrare numerosi ostacoli, primo fra tutti la resistenza attiva delle vittime, e non sempre riesce a svolgersi linearmente come le classi politiche vorrebbero.

Per aggirare questi spiacevoli inconvenienti, esse possono allora ricorrere alla più comoda alternativa dell’inflazione. Una volta dichiaratisi monopolisti legali nell’emissione monetaria, i governanti, come i peggiori falsari, possono impossessarsi dei beni dei propri sudditi in maniera subdola, riducendogli il potere d’acquisto attraverso la stampa di cartamoneta. Così, se un governante ha bisogno di 1000 miliardi per accontentare un gruppo di propri sostenitori, invece di ottenerli attraverso la via impopolare della tassazione può semplicemente stamparli, e - detta molto sommariamente - tutti i possessori di cartamoneta senza neanche accorgersene vedono calare di circa 1000 miliardi il proprio potere d’acquisto.

Una terza possibilità per i governi di mantenere o accrescere le proprie spese evitando la bancarotta è quella di ricorrere al debito pubblico. Tuttavia, poichè prima o poi i creditori chiederanno il pagamento, il governo è costretto a cercare risorse attraverso la tassazione o l’inflazione, rientrando così nei due casi precedenti. Se invece decidesse di non onorare il debito rischierebbe seriamente di non ricevere più alcun prestito in futuro.

Per queste ragioni, un governo non può continuare a spendere e a far debiti all’infinito senza fallire mai. Infatti, come tutti i predatori e i parassiti, anche lo stato deve la propria esistenza ai produttori. Se lo stato esagera nella propria attività di sfruttamento uccide la gallina dalle uova d’oro, e vede così essiccare la fonte delle proprie entrate. La storia conosce un’infinità di esempi di regni o di imperi che sono crollati perché la tassazione e le regolamentazioni eccessive avevano completamente annientato le classi produttive e distrutto l’economia. Un solo esempio: l’Impero romano che, ricco e potente durante l’epoca più “liberale” di Cesare Augusto, è andato in rovina quando, nel tardo principato e in epoca dioclezianea, iniziò ad assumere caratteri ultraburocratici e statalisti molto simili a quelli dell’Urss.

In condizioni di bancarotta, uno stato rischia non solo di essere rovesciato dall’interno da rivoluzioni popolari (come talvolta è avvenuto nei casi d’inflazione esplosiva, che rende impossibile la vita quotidiana agli abitanti), ma anche di perdere la propria sovranità nei confronti di Stati esterni, che lo invadono militarmente o lo inglobano nella propria sfera d’influenza. Come può allora lo stato in rovina economica evitare queste due spiacevoli situazioni? Non essendo più percorribili le tre strade interne delle tasse, dell’inflazione, o del debito, esso può cercare all’esterno le proprie fonti da sfruttare: può cioè tentare di ampliarsi territorialmente, dato che l’acquisto di territori comporta anche l’acquisto di un maggior numero di sudditi da tassare. Questa è la via della guerra, che però è molto costosa e rischiosa, e può avere come esito la completa e definitiva disfatta.

Al governo in bancarotta rimane a questo punto un’ultima possibilità: impedire la concorrenza dei paesi esteri, che rischiano di portargli via base imponibile, accordandosi in una qualche sorta di unificazione politica. Se riesce a convincere i paesi vicini ad uniformare le loro regole con le proprie, allora vi saranno meno possibilità che i contribuenti e i capitali emigrino altrove, e potrà continuare ad imporre loro pesanti imposte e regolamentazioni, forse ancor più che in precedenza.

In un illuminante saggio sulle conseguenze economiche delle unificazioni politiche, l’economista libertario tedesco Jörg Guido Hülsmann ha dimostrato che gli avvenimenti europei dell’ultimo decennio confermano questa analisi. La Germania Est, uno stato totalmente fallito non solo economicamente, ma anche ideologicamente, moralmente, e spiritualmente, non ha potuto fare altro che cedere la propria sovranità ad uno stato vicino più ricco, la Germania Ovest. La riunificazione territoriale che ne è conseguita, però, ha portato come previsto ad un colossale aumento dello statalismo in Germania, sotto forma di tasse e debito pubblico per sussidiare l’Est. La Germania Ovest, che dopo la fine della Seconda guerra mondiale aveva una delle economie più ricche e libere d’Europa, è diventato così un paese statalista come la Francia e l’Italia, con problemi molto simili a questi.

Poiché in Europa tre paesi (Italia, Belgio, e Grecia) sono in piena bancarotta a causa del debito pubblico, dato che non riusciranno mai a pagarlo, e molti altri sono in condizioni solo un po’ migliori (Austria, Portogallo, Spagna, Svezia, Irlanda), tutti costoro - spiega Hülsmann - non hanno altra possibilità per far sopravvivere il sistema welfarista se non quella di cartellizzarsi in una vera e propria “unione di bancarottieri”, e affidare a qualche Stato relativamente più forte la soluzione dei propri problemi. Così come i paesi del Terzo Mondo o del Sudamerica in rovina riescono a salvarsi solo cedendo la propria sovranità finanziaria a qualche paese più ricco (solitamente gli Stati Uniti) o a qualche organismo sovrannazionale come il Fondo Monetario, allo stesso modo le socialdemocrazie bancarottiere d’Europa non hanno altra via che quella di cedere la propria sovranità economica e monetaria ad una unione guidata dalla Germania, anch’essa però in cattivo stato.

In conclusione, gli Stati possono fallire, perché oltre un certo limite non possono sfruttare indefinitamente la popolazione.

L’unificazione politica permette però di ritardare il disastro (il recente salvataggio della Grecia ne è l’esempio pratico, ndr) e di proseguire per qualche tempo con gli stessi metodi, ed è quello che stanno facendo i paesi della UE.

Alla fine però i nodi verranno al pettine anche per gli strafalliti sistemi assistenzialisti europei, i quali, se non si inverte decisamente la rotta, crolleranno miseramente proprio come il comunismo dieci anni fa.

Poiché i problemi che hanno determinato la rovina del socialismo reale sono gli stessi, con mere differenze di grado, che oggi attanagliano le socialdemocrazie stataliste d’Occidente, si può presumere che anche il collasso del superstato socialista europeo, dovuto all’insostenibilità del sistema, sia solo una questione di tempo.




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Senza liberalizzazioni l’Italia non cresce. E il debito sale
post pubblicato in Diario, il 17 luglio 2010


di Piercamillo Falasca

da GenerazioneItalia http://www.generazioneitalia.it/2010/07/14/senza-liberalizzazioni-litalia-non-cresce-e-il-debito-sale/

Negli anni del governo Prodi era così facile per “noi di centrodestra” criticare Bersani per il suo approccio dirigista e punitivo verso le liberalizzazioni. L’allora ministro dello Sviluppo Economico amava intervenire con i decreti-legge che portavano il suo nome nei mercati, sperando così di determinare per legge condizioni desiderabili per i consumatori, aizzandoli – anche solo retoricamente – contro i produttori.
Dopo appena qualche anno, siamo qui a registrare che la parte politica che “costitutivamente” dovrebbe avere maggiormente a cuore la libertà d’impresa e l’apertura dei mercati – il centrodestra – ha in realtà perso buona parte del suo afflato pro-mercato, tanto da far quasi brillare l’esperienza opaca prodian-bersaniana (non per meriti propri, ma per demeriti altrui).
Il Pdl romano “catturato” dalla lobby dei tassisti è il simbolo di un grande partito che non sa o non vuol sfruttare l’arma principale dei partiti maggioritari, la pluralità di posizioni come chiave di autonomia da ogni singola istanza. Sempre più frequenti sono apparse le contro-liberalizzazioni: accade con la disciplina della professione forense e le altre professioni libere, con le parafarmacie, con la vendita dei libri. Nella vicenda Alitalia, l’esito finale della difesa della “italianità” è stata la creazione di un monopolio legale sulla tratta Roma-Milano che tiene artificialmente alto il prezzo del servizio. Si potrebbe continuare a lungo, così come lunga è la lista dei settori per i quali l’attuale esecutivo ha scelto di non avanzare di un centimetro.
“Coerentemente” con un approccio all’attività di governo ispirata alla ricerca della “pax sociale”, anche quando questa significa immobilismo e difesa delle posizioni di rendita, il Governo ha derubricato dalla propria agenda le grandi questione aperte della liberalizzazione dei trasporti ferroviari ed autostradali, delle telecomunicazioni, del gas, dei servizi postali. E i pochi passi avanti, nel mercato del lavoro o nel processo di liberalizzazione dei servizi pubblici locali, sono stati timidi.
La presentazione dell’Indice delle Liberalizzazioni 2010, a cura dell’Istituto Bruno Leoni, consegna la fotografia di un paese solo parzialmente libero (fatto 100 il valore dell’eccellenza, l’Italia è a 49), in cui l’assenza di un contesto concorrenziale rappresenta – insieme alla zavorra del fisco – un enorme freno alla ripresa di un sentiero di crescita economica e all’uscita dalle sabbie mobili del debito pubblico.
Al di là dei proclami sull’articolo 41 della Costituzione – che è sì modificabile, come tanta parte della Carta fondamentale italiana, ma francamente non ostativo di una seria stagione di liberalizzazioni – è forse giunta l’ora per il centrodestra di alzare lo sguardo dal pallottoliere dei conti pubblici e dei “blocchi sociali”, per concentrarsi sulle politiche di rilancio dell’economia.




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Eureka!
post pubblicato in segnalazioni, il 16 luglio 2010


Enel inaugura Archimede, la centrale che produce energia con gli specchi

da Il Sole 24 Ore

http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2010-07-14/enel-inaugura-centrale-archimede-134210.shtml?uuid=AYbORl7B

SIRACUSA - Il miracolo della centrale a specchi ustori funziona. La centrale solare Archimede è stata inaugurata ieri da Fulvio Conti, amministratore delegato dell'Enel, insieme con Stefania Prestigiacomo, ministro dell'Ambiente.

Il miracolo. A fianco della centrale, sul muro di una casa diroccata dalla salsedine e dall'abbandono, c'è un tabellone: «Il profeta Francois c'è. Celebre per miracoli e profezie». Deve averci messo il suo influsso taumaturgico, il celebre profeta, perché dopo la prima inaugurazione farlocca in un prato di sterpi (19 maggio 2004, taglio del nastro con Antonio Marzano, Paolo Scaroni e Carlo Rubbia), finalmente la centrale elettrica solare da 5 megawatt è partita, funziona, incassa fior di quattrini tramite l'incentivo del conto energia appena confermato, non si ferma quando il sole non c'è e funziona a concime. È l'impianto solare più innovativo al mondo: si chiama solare termodinamico, o solare a concentrazione. Il principio di funzionamento nasce dagli scienziati dell'Enea, che per anni insieme con l'Enel hanno tentato di mettere a punto quest'idea nuovissima. Meglio, quest'idea antichissima.

Era l'anno 212 avanti Cristo quando la flotta romana del console Marcello bloccava Siracusa, colonia greca. Tra gli assediati c'era lo scienziato siracusano Archimede, lo stesso dell'èureka e del principio di galleggiamento: «Un corpo immerso in un liquido riceve una spinta verso l'alto...». Archimede fece allestire grandi specchi di metallo sui bastioni della città e concentrò la luce del sole sfavillante della Sicilia sulle navi romane, mandandole in fiamme. L'invenzione non salvò né la città, che fu conquistata, né Archimede, che fu trucidato dai soldati romani. La sua idea rivive oggi poco più in là dai bastioni della città, sulla piana di Priolo dove l'energia si confronta. C'è l'energia del petrolio della raffineria dell'Isab (l'Erg con i moscoviti della Lukoil); c'è il progetto di costruire un rigassificatore per metano liquido proposto da Shell ed Erg (ieri i comitati di protesta contro il progetto hanno spiegato i loro striscioni davanti alla centrale dell'Enel). C'è la centrale a gas dell'Enel. E c'è uno spiazzo di 31mila metri quadri occupati da 54 specchi giganti messi in fila. Sono specchi curvi, e concentrano su un tubo speciale il calore del sole siciliano. Nel tubo scorre una miscela di comuni sali fertilizzanti, quelli che i contadini comprano al consorzio agrario: alla temperatura di 280 gradi fondono e diventano un fluido. I sali fusi entrano nel tubo a 300 gradi ed escono a 550 gradi dopo avere percorsa la gincana di 5,4 chilometri tra gli specchi ustori. Con uno scambiatore di calore, si produce vapore che fa girare la turbina della vecchia centrale elettrica a gas. Poi i fertilizzanti fusi tornano in un serbatoio dove continuano a far bollire l'acqua anche se le nuvole appannano il sole.




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